Questo frammento, tramandato da Efestione come dodecasillabo alcaico, è stato oggetto di un lungo dibattito critico. Riportato dai codici dell’Enchiridion nella forma corrotta ἰόπλοκ’ ἄγνα μελλιχόμειδες άπφοι, ha subito l’intervento della maggior parte degli editori che, ripensando i confini di parola, hanno restituito l’apostrofe finale alla poetessa Saffo.

Secondo Bruno Gentili (2017), esso non è solo argomento a favore della contemporaneità di Saffo e Alceo, ma anche il saluto di Alceo rivolto a una Saffo già mitizzata come sacerdotessa dal canto divino, un “reverente omaggio alla dignità sacrale della poetessa quale ministra d’Afrodite e alla grazia amorosa che questa le conferiva”.

La struttura retorica prevede tre epiteti che precedono il nome della poetessa in clausola: il perno semantico della triade è ἄγνα, aggettivo che in età arcaica rimandava alla dimensione sacrale in senso lato, qui incorniciato da altri due aggettivi (di cui μελλιχόμειδες, hapax alcaico) funzionali a circoscrivere la sfera cultuale afroditica.

A rigore scientifico, la lettura qui proposta è rifiutata dall’editore Liberman (1999), che con Pfeiffer corregge in μελλιχόμειδες Ἄφροι, introducendo in posizione finale un diminutivo di Afrodite.

ἰόπλοκ’ ἄγνα μελλιχόμειδε Σάπφοι

Traduzione

Saffo, ch’hai di vïola
Chiome e dolce sul viso,
Come miele, il sorriso,
Cosa dire ti vo’,
Che per vergogna il labbro
Proferire non può.


Traduzione di Achille Giulio Danesi

Crine di viola, dolceridente, veneranda Saffo


Traduzione di Bruno Gentili